Cosa vedo quando entro in una casa, e perché ogni intervento è diverso.

La casa dovrebbe essere il luogo del benessere, dell’armonia, della protezione, dell’accoglienza. È così per la maggior parte di noi. Ma per alcune persone la casa si trasforma in qualcos’altro. Diventa un labirinto fatto di oggetti che si appropriano di ogni superficie libera, di stanze che non si possono più attraversare, di porte che rimangono chiuse a nascondere il disagio.

È difficile capirlo dall’esterno. Cambia tutto quando una persona ti apre la porta e tu vedi.

Lavoro come professional organizer dal 2009 e da oltre quindici anni mi occupo di disorganizzazione cronica e disturbo da accumulo. In questi anni sono entrata in molte case che la maggior parte delle persone non vedrà mai. Voglio raccontare cosa significa lavorarci dentro.

Cosa vedo

Quando si apre la porta spesso la quantità degli oggetti appare come un tutto indistinto, soprattutto quando anche la luce fa fatica a entrare. Ad uno sguardo più attento emergono poi i dettagli: un libro impilato sopra a un altro libro, sopra a un terzo libro, sopra a una pila di vestiti sopra una sedia che si intravede appena.

Quello che un parente vede come “un po’ di disordine” perché ha smesso da tempo di guardare davvero, io lo vedo come un sistema. Un sistema in cui ogni oggetto ha trovato il suo posto, anche se quel posto è sopra un altro oggetto. Un sistema dove buttare via qualcosa significa rompere un fragile equilibrio costruito in anni.

Vedo anche le stanze che resistono. A volte la cucina è ancora accogliente. A volte il bagno è pulito. Quelle isole di quasi normalità sono importanti: sono il segnale che si può iniziare.

E poi vedo le porte. Le porte chiuse. Quelle dietro a cui ci sono stanze dove non si riesce più a entrare, spesso perché non si riescono più ad aprire.

Disordine, disorganizzazione cronica, disturbo da accumulo

Nomi diversi, livelli diversi, cause diverse. Il disordine è una condizione momentanea che si risolve con un po’ di tempo e organizzazione. La disorganizzazione cronica persiste nel tempo, non risponde ai tentativi di auto-aiuto, e ha spesso una radice di grande sofferenza. Il disturbo da accumulo è una patologia riconosciuta dalla psichiatria, con caratteristiche e fenomeni precisi, che vanno diagnosticati.

Per chi deve aiutare, capire le differenze è essenziale. Le strategie cambiano completamente.

Perché serve un approccio personalizzato

Negli ultimi anni il decluttering è diventato un fenomeno di massa. Ci sono libri, corsi, serie televisive, app: criteri chiari, decisioni semplici e veloci.

Quando però si parla di disorganizzazione cronica o disturbo da accumulo, le decisioni rapide diventano insostenibili: ogni oggetto è collegato a un ricordo, a una persona, a un momento, e per chi ha questa sensibilità una decisione veloce non è veloce, è un sovraccarico. Lavorare da soli diventa difficile: il disturbo da accumulo prospera nell’isolamento, e quello che serve è qualcuno presente, fianco a fianco. E un metodo unico per tutti smette di funzionare perché ogni storia è diversa, ogni casa è diversa, ogni motivazione è diversa.

Ecco perché nel mio lavoro non esiste un manuale. Ascolto, guardo, capisco cosa serve a quella persona e a quella casa, e da lì costruisco il piano.

Laura e il compleanno di suo figlio

Collaboro da anni con un terapeuta specializzato in questo ambito. Qualche tempo fa mi ha chiamato per parlarmi di una sua paziente. Mi ha dato qualche informazione generica, nel pieno rispetto della privacy, e mi ha chiesto se potevo lavorare con lei. La signora, la chiamerò Laura, aveva accettato di incontrarmi.

Sono andata a casa sua una settimana dopo. Ci ha fatto accomodare in cucina, una stanza accogliente e pulita, e ha iniziato a raccontare. Mi ha parlato della sua infanzia, dell’adolescenza, della vita adulta. Le parole ricorrenti erano abbandono, responsabilità, solitudine. Una sequenza di episodi così ravvicinati e costanti che mi sono chiesta come avesse fatto a reggere. Eppure Laura era lì davanti a me, presente, lucida, capace di raccontare.

A un certo punto, mi ha spiegato, qualcosa si era rotto. Era successo sette anni prima. Da allora la casa e la sua mente erano precipitate insieme. Aveva chiesto aiuto, era entrata in terapia, e aveva scoperto di avere un disturbo ossessivo compulsivo e altre condizioni. Dopo anni di lavoro, il disturbo stava lasciando la sua mente. Ma non la sua casa.

Quando il dottore ha proposto di fare un giro, Laura ha esitato. Si è scusata più volte del caos, della sporcizia, della quantità. Ci siamo lasciati guidare attraverso le stanze. Otto stanze, alcune delle quali abbiamo solo sfiorato. Si vedeva la fretta, la vergogna, il rammarico.

Quando le ho chiesto cosa volesse ottenere lavorando con me, è stata sicurissima. “Voglio festeggiare il prossimo compleanno di mio figlio. Una bellissima festa, in casa. Aiutami ad arrivarci.” Non “voglio una casa in ordine”. Non “voglio liberarmi delle cose”. Un obiettivo preciso, emotivo, raggiungibile. Un compleanno. In casa.

Ci siamo strette la mano e abbiamo iniziato a lavorare.

Quel modo di iniziare cambia tutto. Quando l’obiettivo è concreto e ha una ragione emotiva al tempo stesso per la persona, ogni decisione difficile diventa un passo verso qualcosa che si vuole davvero. Non si tratta più di buttare. Si tratta di fare spazio per quel compleanno.

Se ti riconosci in qualcuno di questi temi, o se stai pensando a qualcuno che vorresti aiutare, puoi scrivermi. La prima conversazione è sempre gratuita.

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Tornare a casa

Per Laura abbiamo lavorato verso quel compleanno. Non verso una casa in ordine — verso un momento di gioia per lei e per la sua famiglia. Non si è risolto tutto, e non era questo il punto. Si è aperto uno spazio. Una possibilità.

Ogni giorno è quello giusto