C’è una parola che le persone usano quasi sempre, quando raccontano una casa che si è riempita oltre il possibile: pigrizia. Come se bastasse un po’ più di volontà, un fine settimana di buona lena, per rimettere tutto a posto.
Non è così, e dirlo con chiarezza è il primo passo per capire davvero di cosa si parla.
Il disturbo da accumulo è una condizione riconosciuta. Dal 2013 è una diagnosi autonoma nel DSM-5, il manuale di riferimento della psichiatria, dopo essere stato per anni considerato solo una componente del disturbo ossessivo-compulsivo. Non è un tratto del carattere, non è trascuratezza. È una difficoltà persistente a separarsi dagli oggetti, legata a un bisogno di conservarli e all’angoscia all’idea di lasciarli andare. Riguarda tra il due e il cinque per cento della popolazione, senza distinzione di età, istruzione o condizione sociale. Non è un problema di poche persone sfortunate in una periferia lontana. È molto più vicino e più comune di quanto lo stigma lasci pensare.
Non riesco a buttare via niente
È la frase che torna più spesso. Chi la pronuncia non sta descrivendo una scelta, sta descrivendo un ostacolo. Ogni oggetto porta con sé una ragione per restare: potrebbe servire, ha un ricordo, l’idea di gettarlo produce un disagio concreto, fisico. Le decisioni che per la maggior parte delle persone sono automatiche, tenere o buttare, diventano faticose una per una, e moltiplicate per una casa intera diventano impossibili.
Sotto questa difficoltà, quasi sempre, c’è dell’altro. Circa il settantacinque per cento delle persone con accumulo patologico convive anche con un disturbo d’ansia o depressivo, e molte raccontano di esperienze difficili vissute prima che l’accumulo cominciasse. Gli oggetti, in questi casi, non sono il problema. Sono il modo in cui un problema più profondo ha preso forma nello spazio. Ecco perché sotto le cose c’è sempre una storia: un lutto non elaborato, una perdita, una paura, un bisogno di sicurezza che si è aggrappato alle cose perché le cose, a differenza delle persone, non se ne vanno.
Il momento in cui si smette di non vedere
Chi convive a lungo con l’accumulo, soprattutto quello non patologico, spesso non lo vede più. Non per negazione, ma per adattamento: l’occhio si abitua, la casa diventa normale, il disagio si sposta sullo sfondo. Riconoscere la propria disorganizzazione cronica, tornare a vedere il proprio spazio e soffrirne, non è il punto più basso. È spesso il primo segnale che qualcosa dentro è pronto a cambiare.
Quel momento è delicatissimo, e il modo in cui le persone intorno reagiscono può aprirlo o richiuderlo. Il giudizio lo richiude. La vergogna è già la barriera principale che tiene lontane queste persone dall’aiuto: molti, e spesso anche i loro familiari, nascondono la situazione per anni proprio per paura di essere giudicati. Aggiungere giudizio a chi già si vergogna significa spingerlo più a fondo nell’isolamento.
Quello che apre quel momento, invece, è un altro atteggiamento: pazienza, rispetto dei tempi, e la consapevolezza che dietro le cose c’è una persona, non un difetto.
Perché lo sgombero da solo non basta
C’è una tentazione comprensibile, davanti a una casa invasa: svuotarla. Portare via tutto, in fretta, e restituire spazi liberi. La televisione ha costruito un intero genere su questa immagine, spesso con toni che trasformano la sofferenza delle persone in spettacolo.
Ma svuotare una casa non svuota la storia che l’ha riempita. Senza un percorso che accompagni la persona, gli spazi tornano a riempirsi, a volte più in fretta di prima, e alla fatica si aggiunge la perdita di fiducia verso chi ha imposto quel vuoto. Il volume delle cose è solo una parte del quadro. Contano molto di più la sicurezza, il benessere e i tempi della persona.
È qui che il lavoro fatto con metodo si distingue dall’intervento d’urgenza. Riconoscere una situazione di accumulo, capirne il livello, distinguere ciò che è rischio concreto da ciò che è attaccamento, richiede strumenti, non buona volontà. Nel mio lavoro uso una valutazione strutturata, che guarda alla casa e alla persona insieme, perché è da lì che si capisce dove e come si può cominciare, con rispetto e senza forzare.
Ne avevo parlato anche in un’intervista uscita a luglio su iO Donna: il punto non è la quantità di oggetti, è la storia che li tiene lì. Finché si guarda solo alle cose, si vede il sintomo. Finché non si guarda alla persona, non si capisce niente.
Il disturbo da accumulo non si risolve mettendo in ordine. Si comincia ad affrontare quando qualcuno accetta di guardarlo per quello che è: non disordine, ma una condizione che ha radici, e sotto quelle radici, sempre, una storia.
Se ti sei riconosciuto in queste righe, o hai pensato a qualcuno a cui vuoi bene, il primo passo non è svuotare la casa. È parlarne con qualcuno che sappia guardare la situazione senza giudicarla. Puoi scrivermi e raccontarmi come stanno le cose: da lì, insieme, si capisce da dove cominciare.
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